La scelta di Juncker non entusiasma, ma si è rotto il meccanismo del ricatto del veto

Post di Monica Frassoni –

La nomina di Jean-Claude Juncker a Presidente incaricato della Commissione non è certo una decisione politicamente “verde” e il personaggio non è, forse, nemmeno entusiasmante.

Ma la decisione del Consiglio Europeo di oggi (26 a 2) presenta almeno due aspetti molto positivi. Il primo è che si è rotto il meccanismo del ricatto del veto, del quale i Britannici (e non solo) hanno sempre approfittato per bloccare i progressi dell’integrazione. Ci ha provato, ma stavolta non ce l’ha fatta, perché il Trattato di Lisbona ha introdotto il voto a maggioranza e perché la sua arroganza distruttiva ha stufato tutti.

Se questa fosse stata la situazione nel 1994 e nel 2004 ci saremmo risparmiati Santer e Barroso, che sono stati entrambi disastrosi e frutto di un veto dei britannici contro Dehaene e Verhofstad. Il superamento del criterio del consenso unanime sulle decisioni strategiche emerge quindi come un elemento fondamentale per sbloccare l’Europa e permetterle di agire. Speriamo che questo precedente insegni qualcosa, soprattutto perché in alcuni casi, come per esempio la politica energetica, i Capi di Stato e di governo hanno deciso di prendere le decisioni all’unanimità anche se il Trattato non lo prevede, con il bel risultato di stare tutti appesi al buon cuore (per adesso pieno di carbone) della Polonia per la definizione del Pacchetto Clima e Energia 2030.

 

La seconda conseguenza importante della nomina di Juncker, è che è stato istaurato il principio secondo il quale i partiti europei e la campagna elettorale contano nella nomina del Presidente della Commissione. Certo ci sono stati conciliaboli e mercanteggiamenti, ma nulla in confronto al passato e comunque l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica è stata molto maggiore rispetto al passato. Ci possono senz’altro essere dei cattivi candidati; ma la prossima volta forse i governi ed i partiti nazionali faranno più attenzione alle decisioni che i partiti europei di cui fanno parte prendono e forse così la scelta sarà ancora più trasparente e di qualità. Di certo la prossima volta, sarà più difficile per i capi di governo scegliere in modo sistematico e intenzionale un/a candidato/a debole e sottomesso. Adesso partono le consultazioni all’interno del Parlamento europeo e Juncker dovrà trovare una maggioranza nell’Assemblea.

 

Per quanto riguarda i Verdi, non ci terremo fuori dalla discussione: abbiamo chiare proposte su come rendere più verdi ed efficaci le politiche e le risorse europee e quando Juncker verrà a trovarci, vedremo cosa risponderà.

Ma già da oggi possiamo dire che non ci piace per nulla la prospettiva di una “grande coalizione” PPS/PSE/ALDE e cercheremo, come già abbiamo fatto in passato con risultati spesso positivi, di sfruttare al massimo le divisioni nei vari gruppi per spingere sulle tematiche che ci stanno a cuore: Green New Deal e pacchetto energia. Pensiamo, inoltre, che non basti gioire per la presunta “flessibilità” rispetto ai criteri di Maastriche di cui si parla nelle Conclusioni. Bisogna dire su che cosa si punterà per sfruttarla al meglio. Se verrà usata per costruire infrastrutture inutili, trivellazioni di petrolio o training e formazioni scollegate dai bisogni reali in termini di creazione di competenze professionali, progetti del tutto inutili se non  controproducenti come la TAV, allora questa flessibilità non servirà a niente. Adesso il dibattito si deve spostare sulla “qualità” della spesa necessaria per aiutarci a uscire dalla crisi.

E diciamoci anche un’altra scomoda verità: non ci piace Juncker? La prossima volta, cerchiamo di vincere le elezioni.