Il declino dei socialisti europei e la sinistra possibile

spagna-italiaArticolo di Roberto Della Seta e Francesco Ferrante su Huffington Post –

Nei principali Paesi europei i socialisti sono sempre meno competitivi. In Spagna hanno toccato il loro minimo storico dal ritorno del Paese alla democrazia. Nel Regno Unito sono stati battuti dai conservatori negli ultimi due turni elettorali, e nella loro tradizionale roccaforte scozzese sono stati letteralmente “spianati” dal Partito indipendentista (di sinistra). In Germania l’Spd, sconfitta da Angela Merkel già in tre elezioni, è ridotta al rango di partner di minoranza in governi a guida democristiana. In Francia il presidente socialista François Hollande è in radicale e ormai stabile crisi di consenso: se si presentasse oggi per la rielezione non arriverebbe nemmeno al ballottaggio. Il declino dei socialisti europei sembra ormai un dato strutturale, cui si accompagnano due tendenze “collaterali” altrettanto stabili e diffuse.

La prima è che ad approfittare della perdita di consensi dei socialisti non sono quasi mai le sinistre cosiddette radicali, quelle che provengono dalla storia comunista o che nascono da scissioni a sinistra dei partiti socialisti: dalla Linke a Sel ai comunisti spagnoli e francesi, in Europa la forza dei partiti di estrema sinistra resta marginale. Anche Syriza, da molti etichettata come vecchia sinistra, in realtà deve il suo larghissimo successo a fattori tutt’altro che tradizionali a cominciare dalla formidabile leadership personale di Alexis Tsipras; del resto, che Syriza sia altro dalla sinistra radicale “d’antan” è dimostrato dal fatto che la sua spettacolare ascesa ha lasciato intatta la forza elettorale del Partito comunista greco, fermo da anni poco sopra il 5% dei voti.

Il secondo “evento collegato” è che mentre i socialisti franano e l’estrema sinistra continua ad appassire, nascono e si affermano a sinistra “cose politiche” inedite, il più delle volte difficili da definire con le categorie abituali. I primi a beneficiare di questo processo sono stati i Verdi, che in molti Paesi dell’Europa centrale e settentrionale – Germania, Austria, Olanda, Belgio, Paesi scandinavi – sono da anni “player” importanti sulla scena politica: votati – così dicono numerose ricerche di opinione e così suggerisce l’evidenza – da elettori in maggioranza di sinistra. Più recentemente un analogo e talvolta ancora più consistente travaso di fiducia ha premiato forze tra loro assai diverse, che non sempre si qualificano come sinistra ma che propongono valori – la giustizia sociale, la difesa del welfare, la necessità di limitare il potere del mercato, l’ampliamento della sfera dei diritti civili, l’attenzione all’ambiente – indiscutibilmente di sinistra. È questo il caso di Podemos in Spagna, del Partito indipendentista scozzese e della sinistra indipendentista catalana, in parte persino degli stessi Cinquestelle.

Per molti osservatori, il cammino trionfale di questi nuovi soggetti politici nascerebbe dall’incontro tra leadership personali brillanti e spregiudicate, un disagio sociale sempre più profondo, la crisi verticale di credibilità dei partiti tradizionali. Insomma Podemos come i Cinquestelle sarebbero populismo puro: un populismo di sinistra perché si rivolge soprattutto agli elettori “delusi” dai partiti di sinistra, l’altra faccia dei nazionalismi alla Le Pen e dell’odio anti-immigrati alla Salvini o alla Farage. Ma davvero nell’offerta politica di Podemos, per restare al recentissimo risultato delle elezioni spagnole, non si esprime alcuna idea di futuro, né tanto meno un progetto di governo? O in altri termini: è pensabile che la tradizione socialista riassume tuttora in sé l’unica prospettiva di sinistra razionale, positiva, non demagogica?

Ora, è certo che queste “nuove” sinistre mostrino un pensiero, una visione non del tutto formati e spesso oscillanti, ed è innegabile che la cosiddetta “antipolitica” sia uno dei motori del loro grande successo. Ma esse vanno a colmare un ritardo nella capacità di leggere la realtà contemporanea che appartiene tanto alla galassia socialista quanto alle sinistre radicali: diversamente dai socialisti – sempre più somiglianti nella pratica politica ai partiti di centrodestra – continuano a innalzare le bandiere valoriali e culturali della sinistra; diversamente dall’estrema sinistra li calano in problemi, in bisogni, in linguaggi contemporanei e per questo sono assai più credibili e convincenti dei Lafontaine, dei Mélenchon, dei Varoufakis. Per fare un solo esempio, ma decisamente significativo: hanno capito che il lavoro non è percepito più, nemmeno in tempi di grave crisi economica quali sono gli attuali, come la condizione esclusiva dell’emancipazione sociale, dell’eguaglianza, del progresso, ma che oggi divide questa funzione con altre dimensioni non meno rilevanti come i diritti civili vecchi e nuovi, la qualità ambientale dei luoghi di vita, la possibilità di liberarsi e realizzarsi come individui oltre che come gruppi sociali e comunità.

Per sfuggire alla decadenza, ai socialisti europei servirebbe una doppia svolta: dovrebbero uscire dal ‘900 e tornare ad agire come sinistra. La prima svolta è quella attuata in Italia dal Pd di Matteo Renzi, non a caso l’unico tra i grandi partiti europei di centrosinistra che ha goduto finora di buona salute elettorale. L’anomalia in realtà è spiegabilissima. Il Pd fa parte della famiglia socialista ma Renzi tutto è tranne che un socialista: si è imposto nel suo partito e nella politica italiana per un indiscutibile carisma personale e poi proprio perché non parlava il linguaggio ormai desueto e imbalsamato dei socialisti, e piaceva a molti elettori “progressisti” che vorrebbero una sinistra contemporanea, libera dagli schemi sorpassati di quella novecentesca. Ma il Pd di Renzi è uscito non solo dal ‘900: è uscito pure da buona parte dei riferimenti ideali, valoriali, sociali che da oltre due secoli e ancora oggi definiscono la sinistra come la “parte” politica che si batte per cambiare la società nel segno della giustizia sociale. Renzi incarna oggi una sorta di “populismo di centro”, tanto innovativo nel linguaggio quanto indifferente al merito delle scelte: dal Jobs Act all’innalzamento del tetto per l’uso dei contanti, dall’indifferenza per i temi ambientali alla timidezza assoluta sui nuovi diritti civili, dall’abolizione della tassa sulla prima casa per tutti alle elargizioni ai “poveri” tipiche di un “conservatorismo compassionevole”, dall’apologia di Marchionne allo scontro frontale con gli insegnanti, il partito e il governo guidati da Renzi non hanno quasi più caratteristiche di sinistra.

Ecco. I casi spagnolo e italiano fanno vedere bene ciò che deve fare la sinistra europea per essere contemporanea e quello che non deve fare se vuole restare sinistra. Guardati insieme e con attenzione sono un eccellente pro-memoria anche per tutti quelli che stanno provando a riorganizzare la sinistra italiana fuori dal Pd.

One Comment on “Il declino dei socialisti europei e la sinistra possibile

  1. L’analisi di Della Seta è seria pacata e intelligente. Sarebbe però interessante analizzare il possibile ruolo e lo spazio di una forza ecologista in Italia ma anche al di fuori del nostro paese. La sinistra più o meno radicale è legata al concetto e al conflitto che riguardano le classi sociali mentre l’ecologismo ha al proprio orizzonte il concetto di economia verde. Allora mi chiedo. Il problema storico che abbiamo davanti è il superamento del capitalismo e la definizione di una società senza classi in cui la produzione non più legata al profitto non sia più legata alla “crescita” e quindi inglobi come conseguenza una visione ecologista del mondo ? Oppure il problema non è il superamento del capitalismo ma la correzione del capitalismo nei termini di più welfare più giustizia sociale e più ambiente ? E quest’ultimo approccio neoriformista di stampo rosso-verde sarebbe praticabile, compatibile con le esigenze e gli interessi del capitale ? Oppure esiste una possibilità di superamento del capitalismo con un modello sociale tipicamente ecologista e fuori dagli schemi della tradizione marxista ? E’ in base a queste premesse che si può ipotizzare un progetto politico e confrontarsi con le forze politiche in campo senza correre il rischio di proporre risposte velleitarie e minoritarie o di volersi sostituire a qualcun altro che già è in campo ed esprime quel progetto. Da militante dell’area Verde mi pongo da anni questi interrogativi senza trovare alcun interlocutore nemmeno tra gli stessi militanti verdi. Da anni si producono documenti congressuali troppo scarni incompleti e che non affrontano mai i nodi cruciali con cui ci si deve misurare. Ci vuole teoria e teoria forte e purtroppo la teoria manca. Ci si potrebbe rivolgere alle riflessioni del Green European Journal o di talune riviste di stampo ecologista soprattutto francesi. Si potrebbe commentare l’ultimo lavoro di Naomi Klein e confrontarsi con le sue tesi. Molto ci sarebbe da fare. Il sito istituzionale dei Verdi è largamente deficitario. Questo di Green Italia mi sembra un po’ più vivo. Mi pare comunque che prima di affrontare i compiti organizzativi, di scegliere se stare coi Verdi o passare con Green Italia , o auspicare la fusione tra la due forze, o migrare verso Sel o vero una costituente neocomunista occorra affrontare le questioni che ho cercato di esprimere. Apprezzo comunque il tentativo di Roberto Della Seta di indicare il problema e i termini della riflessione e del confronto. Questo si può essere un buon inizio.